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14 aprile 2013

Il sogno di Jung


Stava avanzando lentamente e, con sforzo contro un vento impetuoso, tenendo nella coppa delle mani una piccola fiammella; voltandosi si accorse che una gigantesca figura nera lo seguiva, ma aveva continuato a camminare ben sapendo che doveva portare avanti quella luce.
Al risveglio si rese conto che era la sua ombra proiettata nella densità della nebbia dalla fiammella che portava; compresi che quella luce era la mia coscienza, la sola luce che possiedo.

13 aprile 2013

Prima che tu dica "Pronto"...

 
E’ in questo silenzio dei circuiti che ti sto parlando. So bene che, quando finalmente le nostre voci riusciranno ad incontrarsi sul filo, ci diremo delle frasi generiche e monche; non è per dirti qualcosa che ti sto chiamando, nè perchè creda che tu abbia da dirmi qualcosa. Ci telefoniamo perchè solo nel chiamarci a lunga distanza, in questo cercarci a tentoni attraverso cavi di rame sepolti, relais ingarbugliati, vorticare di spazzole di selettori intasati, in questo scandagliare il silenzio e attendere il ritorno di un’ eco, si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti s’è aperta sotto i piedi d’una coppia di esseri umani e gli abissi dell’oceano si sono spalancati a separarli mentre l’uno su una riva e l’altra sull’altra trascinati precipitosamente lontano cercavano col loro grido di tendere un ponte sonoro che ancora li tenesse insieme e che si faceva sempre più flebile finchè il rombo delle onde non lo travolgeva senza speranza. Da allora la distanza è l’ordito che regge la trama d’ogni storia d’amore come d’ogni rapporto tra viventi, la distanza che gli uccelli cercano di colmare lanciando nell’aria del mattino le arcate sottili dei loro gorgheggi, così come noi lanciando nelle nervature della terra sventagliate d’impulsi elettrici traducibili in comandi per i sistemi a relais: solo modo che resta agli esseri umani di sapere che si stanno chiamando per il bisogno di chiamarsi e basta.
 
Italo Calvino, “Prima che tu dica “Pronto””

11 aprile 2013

Vogliono la guerra....


Sul muro c'era scritto col gesso:
vogliono la guerra.
Chi l'ha scritto
è già caduto.
Bertold Brecht

Spesso ascolto cose che mi fanno fare un salto e la paura mi attanaglia lo stomaco, l’istinto si risveglia e i sensi si mettono all’erta. Alcuni, ultimamente, hanno inneggiato alla guerra ed allora la mia pancia prende il sopravvento, qualcosa scatta dentro e forse solo dopo la mente riuscirà a calmare i sentimenti e a dare un nome ed un senso alle emozioni. Più leggo i prodotti di tanta stampa e vedo gli stereotipi di una società corrotta ed allo sbando e più cresce dentro di me un moto di protesta e di disgusto.
Sarà che la guerra fa schifo.
La gente uccide, per quattro soldi.
Ricordare cosa è la guerra per davvero …..e….. per chi parla senza conoscere…..
VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

Giuseppe Ungaretti


SAN MARTINO SUL CARSO
Valloncello dell’albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti


GENERALE, IL TUO CARRO ARMATO

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente
spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d'una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l'uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

Bertolt Brecht


10 aprile 2013

Sono le quattro e trenta del mattino......

Sono le quattro e trenta del mattino.
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.
Fra poco si leverà il sole..

Frida Kahlo – Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera

09 aprile 2013

Il banchiere anarchico

Che cosa vuole l’anarchico? La libertà: la libertà per sé e per gli altri, per tutta l’umanità. Vuole essere libero dall’influenza o dalla pressione delle finzioni sociali; vuole essere libero come quando è nato ed è comparso nel mondo, come deve essere secondo giustizia; e vuole questa libertà per sé e per tutti gli altri. Non tutti possono essere uguali di fronte alla natura: chi nasce alto, chi basso; chi forte, chi debole; uno più intelligente, l’altro meno… Ma da questo punto in avanti tutti possono essere uguali: solo le finzioni sociali fanno sì che ciò non avvenga. E proprio queste finzioni bisognava distruggere.
Bisognava distruggerle, dunque, ma non mi è sfuggito un aspetto importante: bisognava distruggerle a vantaggio della libertà, e tenendo sempre ben in vista la creazione della società libera. Perché il fatto di distruggere le finzioni sociali può servire sia a creare libertà, o a preparare la via alla libertà, sia a stabilire altre finzioni sociali diverse, ugualmente inique perché ugualmente finzioni. Era qui che bisognava fare attenzione. Si doveva trovare un modo d’azione, qualunque fosse la sua violenza o la sua nonviolenza (perché contro le ingiustizie sociali tutto era legittimo), con cui si potesse contribuire a distruggere le finzioni sociali senza, al tempo stesso, ostacolare la creazione della libertà futura; gettando anzi, nel caso fosse possibile, le sue basi.
Ho cercato di considerare quale fosse la prima, la più importante delle finzioni sociali. Questa, prima di qualunque altra, dovevo tentare di soggiogare, di ridurre all’inazione. La più importante, perlomeno nella nostra epoca, è il denaro. Come soggiogare il denaro, o, più precisamente, la forza e la tirannia del denaro? Liberandomi dalla sua influenza, dalla sua forza, rendendomi superiore, quindi, alla sua influenza, neutralizzando la sua azione su di me. Su di me, capisce? Perché ero io a combattere: se si fosse trattato di ridurlo all’inazione rispetto a tutti, non sarebbe stato più soggiogarlo, bensì distruggerlo, perché avrebbe significato farla finita del tutto con la finzione denaro. Ora, le ho già provato che qualsiasi finzione sociale può essere “distrutta” solo dalla rivoluzione sociale, trascinata con le altre nella caduta della società borghese.
Come potevo rendermi superiore alla forza del denaro? Il modo più semplice era allontanarmi dalla sfera della sua influenza, cioè dalla civiltà; andare in un campo a mangiare radici e a bere acqua dalle fonti; girare nudo e vivere come un animale. Ma questo, e non avrei avuto nessuna difficoltà a farlo, non significava combattere una finzione sociale; non era nemmeno combattere: era fuggire. Dal punto di vista dei fatti, chi si sottrae a una lotta non è sconfitto nella lotta stessa. Ma moralmente lo è, perché non si è battuto. Il metodo doveva essere un altro —un metodo di lotta e non di fuga. Come soggiogare il denaro, combattendolo? Come sottrarmi alla sua influenza e alla sua tirannia, senza evitare lo scontro con esso? Il procedimento era uno solo: guadagnarlo, guadagnarlo in quantità sufficiente da non sentirne il bisogno; e quanto più ne avessi guadagnato, tanto più sarei stato libero da tale bisogno. È stato quando ho visto questo in modo chiaro, con tutta la forza della mia convinzione di anarchico e con tutta la mia logica di uomo lucido, che sono entrato nella fase attuale — quella commerciale e bancaria, amico mio — della mia anarchia»

Fernando Pessoa “il banchiere anarchico”

07 aprile 2013

Io guardo spesso il cielo......



Io guardo spesso il cielo

Io guardo spesso il cielo. 
Lo guardo di mattino nelle ore di luce e tutto
il cielo s'attacca agli occhi e viene a bere, e
io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.


Mariangela Gualtieri

06 aprile 2013

Ho mangiato una zuppa....







Ho mangiato una zuppa thailandese a Milano anzi ”la zuppa”  ma così thailandese che nonostante la pioggia incessante ed il freddo quasi novembrino di questi giorni, è riuscita a trasportarmi fin laggiù… ….intensa…. come la loro cucina di erbe, radici, foglie e semi a noi sconosciuti eppure in grado di creare un misto di sapori, dolci, agri, salati, amari, piccanti, non mancano quasi mai peperoncini gialli, verdi, rossi e salse al curry dello stesso colore e profumi ai quali è impossibile resistere.. come la polpa e  il latte di cocco, citronella, coriandolo, aglio, zenzero, cardamomo, tamarindo cumino e lime . Un piatto caldo che scalda il cuore e dà conforto, nutre il corpo ma alimenta il piacere e questa zuppa esalta, coinvolge, risveglia tutti i sensi, non solo il gusto………mangiare bene rende felici e nessuno ci pensa mai ….ma gran parte della nostra vita, della nostra storia, è scalfita nei sensi e accade che ricordi apparentemente di nessuna importanza, ritornino all’improvviso, gustando una zuppa  thai…a Milano……………….
Penso che “le persone dovrebbero imparare prima a mangiare e poi a parlare”.


04 aprile 2013

Tu sei il mio tu più esteso......

 
 
Qualcuno riesce a raccontare il suo amore; altri riescono nell’impresa di raccontare l’Amore.....



Alcesti

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po' di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c'è
un'altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell'orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po' sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch'eri fatto
per l'incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze --
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l'insegnamento supremo.
Esiste solo l'uno, solo l'uno esiste
l'uno solamente, senza il due.



Mariangela Gualtieri



 

02 aprile 2013

Dalla donna che sono.....


Dalla donna che sono
mi piace a volte contemplare
quelle donne che avrei potuto essere;
quelle donne sublimi,
nel diventare brave mogli,
campioni di virtù,
come avrebbe voluto mia mamma.
Non so perché
ho passato la vita
a ribellarmi contro di loro.
Odio le loro minacce sul mio corpo.
La colpa che le loro vite impeccabili,
per uno strano maleficio,
mi ispirano.
Rinnego i loro buoni uffici,
i pianti di nascosto dal marito,
il pudore della loro nudità
sotto l’inamidata biancheria ben stirata.
Queste donne, tuttavia,
mi guardano dall’interno dei loro specchi,
alzano il loro dito accusatore
e io, alle volte, cedo ai loro sguardi di rimprovero
e tento di guadagnarmi l’approvazione universale,
di essere una Gioconda ineccepibile.
Prendere dieci in condotta
al partito, lo stato, le amicizie,
la famiglia, i miei figli e tutti gli esseri
di cui straripa questo nostro mondo.
In questa contraddizione inevitabile
tra quello che avrebbe dovuto essere e quel che è,
ho combattuto battaglie mortali,
battaglie contro i loro morsi
-loro che abitano dentro di me cercando di essere me stessa-
trasgredendo materni comandamenti,
strappo, addolorata e incespicante,
quelle mie donne interne
che, dall’infanzia, mi storcono gli occhi
perché non ci sto nel perfetto stampo dei loro sogni,
perché oso essere questa pazza, fallibile, tenera e vulnerabile,
che s’innamora come anima in pena
dalle cause giuste, dagli uomini belli
e dalle parole giocose.
Perché, da adulta, ho osato vivere l’infanzia vietata,
ho spezzato dei legacci inviolabili
e mi sono permessa di godere
questo corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi
mi dotarono.
Non incolpo nessuno. Piuttosto ringrazio dei doni.
Non mi pento di nulla, come disse Edith Piaf.
Ma negli oscuri baratri in cui sprofondo,
non appena apro gli occhi, al mattino,
sento le lacrime che incalzano;
vedo quelle altre donne che attendono nel vestibolo,
che sguainano condanne contra la mia felicità.
Imperterrite “brave bambine” mi circondano
e danzano le loro canzone preferite su di me
su questa donna
fatta a mia stessa immagine,
piena.
Questa donna col petto colmo di seni,
dalle anche larghe
che, per mia madre e anche contro di lei,
mi piace essere.

Gioconda Belli

27 marzo 2013

A chi esita


Rasoio (Roberto Barni)

Uomini privati della loro singolarità, esitanti, ironici e tragici allo stesso tempo, simboleggiano l’uomo di oggi: frustrato dai ritmi del terzo millennio ed imprigionato dalle convenzioni, con un colpo di scena, si rende conto della propria condizione e gridando “Gambe in spalla” si da alla fuga.

________________________________________________________________
Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano. Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d'ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto ? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Bertold Brecht

26 marzo 2013

L'umano amore.....


Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l'umanità femminile. Questo progresso trasformerà l'esperienza dell'amore, che ora è piena d'errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, all'amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke

21 marzo 2013

Ciò che vorrei essere...

Vorrei essere ciò che ho voglia di essere – dietro il sipario della follia: mi occuperei dei fiori per tutto il giorno; dipingerei il dolore, l’amore e la tenerezza, riderei di tutto cuore dell’idiozia degli altri e tutti direbbero: poverina, è matta. (Soprattutto, riderei di me.) Costruirei un mondo che, finché vivessi, andrebbe d’accordo con tutti i mondi. [...]
La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto è e si muove sotto una legge: la vita. Nessuno si allontana da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è tutt’uno. L’angoscia, il dolore, il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere. In questo processo la lotta rivoluzionaria è la porta aperta all’intelligenza.
Figlio amore. Scienza esatta. Volontà di resistere vivendo, gioia sana. Infinita gratitudine. Occhi nelle mani e il tatto nello sguardo. Nettezza e tenerezza del frutto. Enorme colonna vertebrale che è la base di tutta la struttura umana. Vedremo, impareremo. Ci sono sempre cose nuove. Sempre legate alle vecchie, vive.”
Frida Kahlo

20 marzo 2013

La solitudine è come la pioggia...



Solitudine
La solitudine è come la pioggia.
Si alza dal mare verso sera;
dalle pianure lontane, distanti,
sale verso il cielo a cui da sempre appartiene.
E proprio dal cielo ricade sulla città.

Piove quaggiù nelle ore crepuscolari,
allorché tutti i vicoli si volgono verso il mattino
e i corpi, che nulla hanno trovato,
delusi e affranti si lasciano l'un l'altro;
e persone che si odiano a vicenda
sono costrette a dormire insieme in un letto unico:

è allora che la solitudine scorre insieme ai fiumi.

Rainer Maria Rilke

19 marzo 2013

Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini



 L’ombra più lunga – tre racconti sul padre

Ogni padre è infatti Padre a suo modo, e a modo suo soltanto viene riconosciuto dai propri figli, in un certo senso un po’ diverso per ognuno, ma in fin dei conti sempre lo stesso, uguale per tutti.
 
Seppi, al congedarlo dopo un lungo e doloroso abbraccio, mentre il vento e la polvere ci avvolgevano a quella insolita geografia, che non lo avrei mai più rivisto.

Il giorno seguente, dopo avere esaudito la sua istanza, lasciai la Pampa per non rivederla mai più, se non nei miei più malinconici sogni. E con essa, forse per la prima volta dalla scomparsa di mia madre, lasciai definitivamente alle mie spalle anche l’ombra di mio padre.

L’uomo è l’unico essere vivente per il quale la vittoria nella lotta per la sopravvivenza non coincide necessariamente con quel senso di trionfo che accompagna gli altri rappresentanti delle diverse specie.

Mio padre aveva sempre avuto l’abitudine di irrompere un po’ a sorpresa nella mia vita. Da bambino, ad esempio, mi spaventavo moltissimo quando, immerso nei miei pensieri e avvolto nella mia infantile immaginazione, venivo repentinamente investito dalla Sua profonda voce che, inavvertitamente, sopraggiungeva, insieme a Lui, alle mie spalle.

Mi sentivo come ai margini di una profonda fenditura di quella solida materia su cui fino ad allora era stato elaborato il mio universo; frattura che mi poneva di fronte ad uno strano rimescolamento con altre sfere di realtà: il sogno, l’immaginazione, forse – pensai sgomento – la pazzia. Eppoi, in ultima analisi, la morte!

E forse, ma solo per qualche fugace istante, perché ti manca il coraggio di affrontarlo più a lungo, lo sguardo, quello stesso sguardo che fugacemente hai percepito nello specchio. Ti era sembrato proprio Lui!

E io, con il mio infantile ma non del tutto ingenuo pensiero magico, non desideravo altro che uscisse, che se ne andasse via, fuori di casa, per poter essere finalmente libero di correre, libero di giocare, libero di poter vivere senza il rischio di poterlo infastidire, senza di Lui.

Gianfranco Pecchinenda

18 marzo 2013

La ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.


Pier Paolo Pasolini

15 marzo 2013

Viaggiatore dell'Infinito......





Aveva un bel timbro di voce Francesco.
“Ti ricordi del tempo in cui volevo diventare cavaliere ed attaccare Perugia? Che follia! Avevo troppo fuoco dentro, e non sapevo su cosa dirigerlo.  Nostro Signore mi sembrava tanto lontano, con tutte quelle Sue richieste esigenti che nessuno voleva stare ad ascoltare! Oggi te lo posso dire: ci ho spesso scherzato sopra in compagnia di Giovanni e degli altri, passando nella strada sui cui davano le cucine del vescovo….C’era un tale profumo!”
Con gli occhi febbricitanti, Francesco respirava a fatica; incominciò a tremare.
“Perché mi dici queste cose fratello? Riposati……”
“Ascolta….ti dico tutte queste cose per amore della verità perché ci sono pagine del mio cuore che non sono mai state aperte e perché non si può salire al Sole con un angolo d’ombra dentro di sé…Non veramente, non completamente…e lui che me lo ha detto”.
Lui ti ha detto di morire?”
Mi ha detto di vivere un’altra vita….E ciò che ora mi soffoca, Chiara è la menzogna di quella che ci siamo inventati in questo mondo….Come tutti gli altri, anche io ho aiutato il maligno rimanendo aggrappato alla menzogna, e prendendola sul serio”.
“Ma sei hai rinunciato a tutto….”
“Non ho saputo rinunciare a battermi…..”
“Ricordati…Vi sono momenti in cui il tempo degli uomini non conta più perché si manifesta il tempo di Dio. Non vi ho forse insegnato a sentirli venire, e ad accoglierli, i momenti cosi?  Lascia parlare la mia anima: quando il Tempo di Dio è presente, tutte le regole degli uomini altro non sono che un pugno di sabbia al vento”.
“Non mi hai mai parlato così Francesco”.
“….Perchè non sono mai stato così, non avevo mai visto la Porta così da vicino”
“Ascoltami…..Finchè si cammina senza voltarsi né fermarsi, ci sono verità che crediamo definitive. Vogliamo che esse lo siano, e ci rimaniamo aggrappati, se possiamo le imponiamo, perché sappiamo che, allontanandoci da esse, avremmo paura. Ascoltami…So che quello che dirò sarà come se mi rinnegassi, come se bestemmiassi il mio stesso nome. A forza di ignorare quella paura, di scappare lontano, a forza di camminare diritto per il mio sentiero, forse ne ho scoperta un’altra: la paura di deporre le armi…Forse sono stato troppo intransigente…..”.
Sospirò e a fatica proseguì..
“ E delle nostre ipocrisie….Chiara! L’ordine perverso del nostro mondo già mi saltava agli occhi ogni giorno un po’ di più, e per nessuna ragione avrei voluto prestare man forte a tute le aberrazioni e menzogne di cui, ovunque, trovavo traccia. Ero stato dunque così cieco? Eppure era semplice, piccola Sorella: sarebbe bastato aprire gli occhi e guardare. Oh! Era così facile andare a pregare e a cantare in latino ogni giorno, e fare sorrisi angelici, o abbassare le palpebre in segno di pentimento per poi infilarsi di nuovo nella nostra pelle di animali alla prima occasione. Era questo il nostro inferno…..L’avidità, l’incoscienza, il sonno….non volevo più essere incatenato, né che lo fossero gli altri…”
Ed ancora Chiarina cara…ricordi le parole di Filippo:” L’asino che vien fatto girare in tondo per muovere la macina del mulino, cammina per cento miglia; tuttavia quando viene l’ora di staccarlo, egli è sempre nello stesso posto dov’era al mattino. Allo stesso modo, vi sono uomini che camminano molto ma che non avanzano mai. Quando giunge la sera, essi non hanno visto nulla, né città, né villaggi, nulla di ciò che i loro simili hanno fatto, o di ciò che Dio ha creato con le Sue forze ed i suoi angeli. In verità questi uomini sono ciechi, e infelici; hanno sofferto tutta la vita per niente, perché non erano i loro occhi a non vedere ma il loro cuore a non guardare nulla”.
Ascolta ancora…” Credo che sia stata la Natura, tutta la Natura a salvarmi: fu grazie ad essa che il Sole dell’Eternità mi rispose e mi sostenne. E allora mi ci buttai a capofitto, con l’anima spalancata, per sfuggire alle sterili chiacchere degli uomini. E la cosa più meravigliosa, in tutto questo, fu che la Natura mi rispose con ogni sua più piccola manifestazione. Non c’era più un animale che temesse di venirmi vicino, né un albero o un fiore che restassero muti quando li accarezzavo con la mano. Mi tendevano la loro anima perché ce l’hanno! Mi indicavano l’essenziale…capisci! Il vero dialogo del cuore! Quello fatto di immagini, non di parole che si possono manipolare!

Chi sei Francesco?
Un fiore di gelsomino caduto dal Cielo?
Un po’ di Terra aspirata dal Cielo?
Unione di tutto questo nell’assoluta ricerca d’Amore ….
Chi sei in verità?
Forse un po’ di noi tutti in divenire, eterno pellegrino, viaggiatore dell’Infinito…
Oh Francesco, porta spalancata dello Spirito….



 Daniel Meurois-Givaudan

13 marzo 2013

Dove si nasce? Da chi si nasce? Quando si nasce?




 
Ci sono poche cose che mi affascinano come i neonati.
Ogni volta che ne vedo uno, non posso fare a meno di guardarlo con attenzione e chiedergli: chi sei? Da dove vieni? Che mistero si cela in quei tuoi occhi che ancora non vedono?
No, forse sarebbe meglio dire che vedono altro.
Nove mesi nella pancia della mamma, ma, prima di quella pancia c’è la storia dei suoi genitori, dei suoi nonni e dei trisavoli. E la storia dei suoi genitori e progenitori è la storia delle loro scelte, delle loro conquiste e dei loro errori, delle meschinità e delle grandezze. Sulle loro piccole vicende si inserisce la Storia più grande, quella in cui, anche se non si vuole, si finisce per venire coinvolti e spesso anche stritolati. E Storia, molto spesso vuol dire guerra, e dunque odio, violenza, morte – dolori che si tramandano in modo sottile di generazione in generazione.
Ogni bambino che nasce viene al mondo con le spalle ricurve come quelle di Atlante. Soltanto che invece del mondo, regge pagine e pagine di storie – di storie e di Storia – e sono proprio quelle pagine a far apparire i suoi occhi così stanchi, così lontani i primi giorni.
Solo alcuni genitori particolarmente ingenui ed ottimisti possono credere che un neonato sia una tabula rasa, un blocco di argilla che riusciranno a trasformare, con il loro amore e la loro buona volontà nell’essere dei loro sogni. Bisognerebbe essere un po’ meno fiduciosi per rendersi conto che quelle manine, in realtà stringono una lunga pergamena arrotolata e che, se il padre e la madre avessero il coraggio di aprirla, vedrebbero che là dentro è già tracciato  a grandi linee, il destino dell’essere che hanno appena messo al mondo.
Dove si nasce?
Da chi si nasce?
Quando si nasce?
Non è racchiuso in queste tre domande uno dei grandi misteri che avvolge la nostra vita?
Si può venire al mondo infatti, in una villa sull’Aventino o in una baracca di Nairobi. Si può nascere da genitori amorevoli o alcolizzati, o semplicemente distratti o devoti amanti della crudeltà. Si può venire abbandonati in un cassonetto e morire così, in mezzo a plastiche sporche e alla spazzatura putrescente, oppure essere già eredi, fin dalla nascita, di un impero economico. Si può avere un padre ed una madre, o soltanto una madre, magari una persona ferita, debole di mente o, semplicemente incapace di amare. Si può nascere da un grande amore o da un coito maldestro, nel bagno di una discoteca, come si può venire al mondo da uno stupro.
 E quando si nasce?
Se si ha la sventura di farlo nel bel mezzo di una guerra, la paura sarà il nostro respiro nel mondo. Se invece si viene al mondo di notte, su un barcone di immigrati, il rischio è quello di morire subito, gettati ai pesci. Si può nascere in una meravigliosa mattina di maggio, quando le rose sono tutte in fiore e il profumo dell’aria è un unico inno alla vita, o invece si può venire al mondo in una notte di tempesta, con il vento che schianta e divelle ogni cosa, come una mano gelata priva di pudore.
Non è una ninna nanna, ma un ululato quello che ti accoglie, e quell’ululato è nuovo e antichissimo. Ti ricorda la storia dei primordi, l’ancestrale che comunque è dentro di te. Sai che sei un niente disperso in un’immensità e questa immensità è cieca, prepotente pronta a divorarti e a dimenticarsi di te subito dopo averti divorato.
Confidi allora ei tuoi genitori, nella copertina che ti avvolge, nei passi che, per alcuni istanti, ti sembrano saldi.
Questa fiducia è la tua unica ancora.
Ci crederai anche dopo anni, anche quando la realtà ti avrà mostrato l’esatto contrario. Devi crederci, non puoi fare altro, perché la radice del tuo senso affonda nel terreno dei tuoi genitori. Comunque vada, sono loro la ragione del tuo esserci.
Per quale motivo dovrebbero proteggerti?
 
Susanna Tamaro (Ogni Angelo è tremendo)

Diego, io ci sarò a proteggerti sempre e per sempre…Luce!

12 marzo 2013

Fiori rosa...fiori di pesco.....





Che voglia di cantare ...sentire la primavera, ricordare, immaginare, credere ancora e ancora in un'altra primavera.....ditemi che si può..ditemi che è vero....

Fiori rosa fiori di pesco
c'eri tu
fiori nuovi 'stasera esco
ho un anno di piu'
stessa strada, stessa porta.
Scusa
se son venuto qui questa sera
da solo non riuscivo a dormire perche'
di notte ho ancor bisogno di te
fammi entrare per favore
solo
credevo di volare e non volo
credevo che l'azzurro di due occhi per me
fosse sempre cielo, non e'
fosse sempre cielo, non e'
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che e' vero.................................

09 marzo 2013

Ricordo di Lima




E non è solo il ricordo dei suoi terremoti che fan crollare cattedrali, né i maremoti dei suoi folli mari, né l’assenza di lacrime di quei suoi cieli aridi da cui non piove mai, né la visione della sua vasta distesa di guglie contorte, di coronamenti divelti, di croci piegate all’ingiù come pennoni ripiegati di flotte all’ancora, dei suoi viali suburbani fatti di mura di case che s’appoggiano le une sulle altre come un mazzo di carte sparpagliate… Non sono soltanto queste cose a fare di Lima senza lacrime la città più bizzarra e più triste che si possa vedere. Perché Lima ha preso il velo bianco; e c’è in questa bianchezza un orrore più intenso del suo dolore. Antica come Pizarro, questa bianchezza mantiene eternamente nuove le sue rovine, non lascia entrare il gaio verde del completo sfacelo; diffonde sui suoi bastioni diroccati il rigido pallore di un’apoplessia che paralizza le sue stesse contorsioni.

Moby Dick - Melville

08 marzo 2013

Ombra nelle ombre

Con hondo y lacerante dolor, nuestro pueblo y el Gobierno Revolucionario han conoscido del deceso del Presidente Hugo Rafael Chavez Frias y se aprestan a rendirle sentido y patriotico homenaje en su entrada en la Historia como Procer de Nuestra America. Su ejemplo no conducirà en las proximas batallas. Hasta la victoria siempre!

Granma de Cuba (Organo Oficial del Comité Central del partido comunista de Cuba)

 Ombra nelle ombre

Come un passero di fuoco
Le tue ali lasciavano cadere
Una profonda ombra.
Ti vidi scurire
Come se le ceneri della notte
Ti avessero coperto troppo.
E la tua ombra melodia di sangue
Mi inzuppava le ossa.
E i tuoi occhi
Specchi d’asfalto
Intagliavano statue d’acqua.
E le tue mani
Colonne d’alga
Turbavano i mari.
Io
Fantasma timoroso
Mi occultavo.
Temevo di guardare i tuoi occhi
Sapevo che erano oracoli.
Passarono quattro e una notte.
La tua ombra divenne bianca
Come la tua lingua.
Seppi che te ne saresti andato.
Cercai di guardare i tuoi occhi
Sequenza interminabile
Di volti sconosciuti.
Capii dunque
Che una notte cade
Con il peso di tutti i secoli
E che tutti i secoli
Pesano all’uomo
Come pesa l’ombra al corpo.


(Poesia tradotta da Silvia Favaretto estratta da Lauren Mendinueta, Inventario de ciudad, Golem Editores, Barranquilla, 1999.)

05 marzo 2013

Come i semi che sognano sotto la neve....



Oggi, mi è bastato sentire un profumo per ritrovare sensazioni di viaggi lontani, odori e incontri, volti, luoghi, parole, attese. E tra un ricordo e l’altro, il tempo ha perso il suo rapporto con lo spazio ed io mi trovo lì, sospesa, fra chiacchere e sorrisi, curiosità di occhi neri, donne in speranzosa attesa di un futuro diverso. Il traghetto attraversa il Bosforo accarezzando la città, Istanbul, l’unica su due continenti, l’Asia e l’Europa, il Mar Nero ed il Mar di Marmara. Vorrei essere laggiù..e... ci sono…se annuso ancora un po’quel profumo… ci riesco…Un leggero soffio di rosa e di pistacchio, melograni e mandorle caramellate. Pigramente, il mio sguardo si volge sulle yali, le case ottomane ed il vento sul mio volto, alleggerisce i pensieri che volano via con lui. L’aria tiepida è profumata di spezie, da lontano arriva il rumore della vita, il via vai di gente, i mezzi pubblici rumorosi e il vociare di chi, in attesa, fa la fila per assaggiare il balik kebab. Il colore del mare, i palazzi, le vetrine straripanti di dolci turchi, i lokum, cubetti colorati che sembrano caramelle di gelatine alla ciliegia, al cocco, all’acqua di rose e poi frutta secca, erbe essiccate, miele, noci, e ancora mandorle. Mi sento come questa città , protesa verso il futuro, nonostante tutto, ed allo stesso tempo ben ancorata alle mie radici, Istanbul è magica, tutto ed il contrario di tutto, sospesa tra tradizione e innovazione. E' ottomana, bizantina, turca. Un cuore pulsante, batte forte, forse troppo..come il mio...e guardo con tenerezza questa città, che così faticosamente va avanti, adagiata sulle sponde del Bosforo. Sorseggio un caffè, aroma forte e polveroso, quello turco va sempre bevuto con calma, a piccoli sorsi e soprattutto seduti, mai di fretta, e non in piedi, perché come dicono i turchi, una tazza di caffè ha la memoria di quarant’anni . E solo quando tutto verrà bevuto, qualcuno arriverà, capolgerà la tazzina e leggerà nei fondi di caffè, il passato e il futuro, le preoccupazioni antiche e le sorprese che alleggeriranno il cuore e così i sogni potranno continuare ad esistere, "come i semi che sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. Fidatevi dei vostri sogni perché in essi è nascosto il passaggio verso l’eternità”. Kahil Gibran.
Attraversando il Bosforo…..con un profumo....sentito per strada a Milano....

03 marzo 2013

L'araba fenice



In questi giorni così strani, sospesi, ancora incredula per ciò che in Italia è accaduto. Stranita, con l’impressione di trovarmi in uno di quei paesi che si vedono solo in sogno, non può essere vero…. Il sole di oggi, l’aria tiepida, la testa confusa, dalla strada arrivano rumori di allegria, sensazioni di vita nuova, anche se le vecchie abitudini penetrano in profondità nel corpo e nell’anima e ci si dimentica di chi si è e di quello che si voleva essere.  Le abitudini, come certi pensieri, non ci lasciano liberi con facilità, bisogna lottare perché si allontanino e solo così ci si può ritrovare. Bisogna calmarsi, respirare, riscoprire la propria forma e ricordarsi che una volta si credeva, si credeva nella vita e basta.  Quello che accadeva attorno…non ci faceva desistere dalla speranza… come sempre sopra di noi ci sarebbero state le stelle…ma cosa è successo ora? Dentro di me, lo so, c’è ancora  la bellezza ed il riverbero di tutti i sogni fatti…Ho ripreso un libro, letto molto tempo fa, l’Alchimista di Paulo Coelho e l’ho sfogliato…con la stessa voglia di leggerlo di allora…e così…. che coincidenza non è…ho trovato quello di cui avevo bisogno…..
“La tua Leggenda Personale è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all'inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell'anima dell'Universo. Quella cosa rappresenta la tua missione sulla terra. L'Anima del Mondo è alimentata dalla felicità degli uomini o dall'infelicità, dall'invidia, dalla gelosia. Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l'Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio”.

-- Paulo Coelho