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25 dicembre 2013

Un giorno di Natale del 1914


l giorno di Natale del 1914, nel primo anno della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi, inglesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con “il nemico” lungo due terzi del fronte occidentale. Le truppe tedesche innalzarono alberi di Natale fuori delle trincee con le scritte “Buon Natale.” “Voi non sparate, noi non spariamo.”

Una preziosa testimonianza di un soldato inglese che ebbe modo di assistere di persona a questo evento.
"Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l'avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! "Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d'artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.
E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S'appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi...» «Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi." "Tra noi c'è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni.
Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti. Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l'abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango." "Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.
Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo." soldati che fraternizzano fuori dalle trincee "Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: ?Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia». «Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d'occhio. Che cos'è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: 'alberi di Natale!'. Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini." "E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ' stille nacht, heilige nacht…'. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l'ha tradotto: 'notte silente, notte santa'.
Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: 'the first nowell (1) the angel did say…'. Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un'altra: 'o tannenbaum, o tannenbaum…'. A cui noi abbiamo risposto: 'o come all ye faithful…'. (2) E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: 'adeste fideles…'». «Inglesi e tedeschi che s'intonano in coro attraverso la terra di nessuno!" "Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più. 'Inglesi, uscite fuori!', li abbiamo sentiti gridare, 'voi non spara, noi non spara!'.
Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: 'venite fuori voi!'. Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto." "Uno di loro ha detto: 'Manda ufficiale per parlamentare'. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l'hanno fatto - ma il capitano ha gridato 'non sparate!'. Poi s'è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca!" "Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.
Alcuni di noi sono usciti anch'essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzate poche ore prima». «Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l'inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai. 'Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra', ha risposto. 'Prima di questo sono stato cameriere all'Hotel Cecil." "Forse ho servito alla tua tavola!' 'Forse!', ho risposto ridendo. Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: 'non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla'. Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso. Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station.
Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n'è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch'io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturame di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa." "Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta.
Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. 'Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri'». «E' chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch'io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i 'barbari selvaggi' di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme - non ti dico una bugia - 'Auld Lang Syne'. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l'indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
E insomma, sorella mia, c'è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito." "Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo." "Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?

Il tuo caro fratello Tom.""

08 settembre 2013

PERCHE' LA GUERRA?








La lettera di Einsten:

Caro Signor Freud,
La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E’: ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.
Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco. Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali. Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di impone il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.

Tuttavia l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda: com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono a1 potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.

Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé?

Una sola risposta si impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.

Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L’esperienza prova che piuttosto la cosiddetta “intellighenzia” cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.

Concludendo: ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e pazza di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l’occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati.

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.
Molto cordialmente Suo

Albert Einstein
La risposta di Freud:

Caro signor Einstein,

Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito prontamente. Mi aspettavo che Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d’oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. Lei mi ha pertanto sorpreso con la domanda su che cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la fatalità della guerra. Sono stato spaventato per prima cosa dall’impressione della mia - starei quasi per dire: della nostra - incompetenza, poiché questo mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come ricercatore naturale e come fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gli incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale. Ho anche riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di uno psicologo. Ma anche a questo riguardo quel che c’era da dire è gia stato detto in gran parte nel Suo scritto. In certo qual modo Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi. nella misura in cui lo svolgo più ampiamente seguendo le mie migliori conoscenze (o congetture).
Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo; la concatenazione dell’insieme mi obbliga a farlo.

I conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi. Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità. Ma perché si compia questo passaggio dalla violenza al nuovo diritto deve adempiersi una condizione psicologica. L’unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere il prepotente e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il giuoco si ripeterebbe senza fine. La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni - le leggi - e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.

Con ciò, penso, tutto l’essenziale è gia stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni.

La cosa è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza in modo violento, al fine di rendere possibile una vita collettiva sicura. Ma un tale stato di pace è pensabile solo teoricamente, nella realtà le circostanze si complicano perché la comunità fin dall’inizio comprende elementi di forza ineguale, uomini e donne, genitori e figli, e ben presto, in conseguenza della guerra e dell’assoggettamento, vincitori e vinti, che si trasformano in padroni e schiavi. Il diritto della comunità diviene allora espressione dei rapporti di forza ineguali all’interno di essa, le leggi vengono fatte da e per quelli che comandano e concedono scarsi diritti a quelli che sono stati assoggettati. Da allora in poi vi sono nella comunità due fonti d’inquietudine - ma anche di perfezionamento - del diritto. In primo luogo il tentativo di questo o quel signore di ergersi al di sopra delle restrizioni valide per tutti, per tornare dunque dal regno del diritto a quello della violenza; in secondo luogo gli sforzi costanti dei sudditi per procurarsi più potere e per vedere riconosciuti dalla legge questi mutamenti, dunque, al contrario, per inoltrarsi dal diritto ineguale verso il diritto uguale per tutti. Questo movimento in avanti diviene particolarmente notevole quando si danno effettivi spostamenti dei rapporti di potere all’interno della collettività, come può accadere per l’azione di molteplici fattori storici. Il diritto si può allora conformare gradualmente ai nuovi rapporti di potere, oppure, cosa che accade più spesso, la classe dominante non è pronta a tener conto di questo cambiamento, si giunge all’insurrezione, alla guerra civile, dunque a una temporanea soppressione del diritto e a nuove testimonianze di violenza, in seguito alle quali viene instaurato un nuovo ordinamento giuridico. C’è anche un’altra fonte di mutamento del diritto, che si manifesta solo in modi pacifici, cioè la trasformazione dei membri di una collettività, ma essa appartiene a un contesto che può essere preso in considerazione solo più avanti.

Vediamo dunque che anche all’interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell’umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell’una parte ad opera dell’altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell’agognata pace “eterna”, poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente. E inoltre la conquista ha potuto fino ad oggi creare soltanto unificazioni parziali, anche se di grande estensione, e sono proprio i conflitti sorti all’interno di queste unificazioni che hanno reso inevitabile il ricorso alla violenza. Così l’unica conseguenza di tutti questi sforzi bellici è che l’umanità ha sostituito alle continue guerricciole le grandi guerre, tanto più devastatrici quanto meno frequenti.
Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione - i singoli Stati - gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un’istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell’umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l’autorità (cioè l’influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l’altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l’hanno pur svolta. L’idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l’aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un’autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt’altra direzione. C’è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.

Posso ora procedere a commentare un’altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni?

Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.

Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata - vincolata, come noi diciamo - con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente esotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle.

Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E’ assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione. Uno dei Suoi colleghi l’aveva già avvertito, un certo professor G. C. Lichtenberg, che insegnava fisica a Gottinga al tempo dei nostri classici; ma forse egli era anche più notevole come psicologo di quel che fosse come fisico. Egli scoprì la rosa dei moventi, nell’atto in cui dichiarò: “I motivi per i quali si agisce si potrebbero ripartire come i trentadue venti e indicarli con nomi analoghi, per esempio ‘Pane-Pane-Fama’ o ‘Fama-Fama-Pane’.” Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.

Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non avere un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quanto lo sia la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Forse Lei ha l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, in questo caso neppure festosa. Ma non approda forse ogni scienza naturale in una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per Lei, nel campo della fisica?

Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.

Partendo dalla nostra dottrina mitologica delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.

L’abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell’innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E’ triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.

Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E’ meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un’indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità. Qualcuno dei punti qui enumerati può evidentemente essere discusso: ci si può chiedere se la comunità non debba anch’essa avere un diritto sulla vita del singolo; non si possono condannare nella stessa misura tutti i tipi di guerra; finché esistono stati e nazioni pronti ad annientare senza pietà altri stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi alla guerra. Ma noi vogliamo sorvolare rapidamente su tutto ciò, giacché non è questa la discussione a cui Lei mi ha impegnato. Ho in mente qualcos’altro, credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo. Siamo pacifisti perché dobbiamo esserlo per ragioni organiche: ci è poi facile giustificare il nostro atteggiamento con argomentazioni.
So di dovermi spiegare, altrimenti non sarò capito. Ecco quello che voglio dire: Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo.

Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsiona!i. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.
La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa.

Suo Sigmund Freud



12 agosto 2013

la donna e le stelle....






 

Se esprimi un desiderio è perchè vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perchè guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perchè credi ancora in qualcosa.


 
è  notte fonda ad Alessandria. Tutti dormono, eccetto Ipazia. La casa è avvolta nella più completa oscurità e nel più profondo silenzio. Ipazia, tutta sola,  è seduta sulla torre e guarda il cielo. Osserva le stelle e i pianeti, guarda, calcola, pensa e ricorda. Quasi ogni sera, quando non c’era la luna, saliva quassù con Teone, suo padre. Sedevano l’uno accanto all’altra e guardavano insieme. Teone aveva preso quest’abitudine fin da quando  lei era piccina: la portava sulla torre   e le indicava col dito  le stelle più grandi, i pianeti e le costellazioni.  Avvicinava la testa alla sua, perché le due visioni collimassero, e poi le indicava gli oggetti astrali ad uno ad uno, nominandoli, e poi più tardi li indicava, in ordine sparso, per vedere se lei li ricordava.”

(cit. da C. Contini, Ipazia e la notte, Longanesi & C., Milano 1999, pag. 17)

Ipazia rappresentava il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione.

La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l'universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l'insegnamento calato dall'alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.
Margherita Hack

Brevi Note storiche su Ipazia:

Ipazia nata ad Alessandria intorno alla metà del IV secolo, figlia di Teone, era una donna molto colta, che insegnava la filosofia di Platone ed Aristotele. Fu astronoma e matematica, autrice  di commentari alle opere di  Apollonio, Diofanto e Tolomeo. Se si prescinde da Teano, la moglie di Pitagora, di cui nulla ci è pervenuto, Ipazia è   la prima donna della storia della matematica, e,  allo stesso tempo, l’ultimo esponente della scuola alessandrina. 
A quel tempo l’Egitto faceva parte dell’Impero Romano,  del quale, dall’anno 313, con l’editto di Costantino,  il cristianesimo era diventato la religione ufficiale. Nel 392 l’imperatore Teodosio aveva bandito le religioni pagane, dando così in pratica  il via alla distruzione della cultura greca.  La stessa Ipazia cadde vittima dell’ondata di violento fanatismo religioso che ne conseguì: venne rapita e brutalmente assassinata. 

05 agosto 2013

5 AGOSTO 1962



 
L' ultima intervista di Marilyn Monroe:
“ il successo è come il caviale, se è troppo fa venire la nausea «Nei giorni difficili penso: magari fossi una donna delle pulizie» «Cantai per Kennedy come se fosse stata l' ultima cosa della mia vita»
Dal documentario televisivo «Marilyn: l' ultima intervista» di Richard Maryman, riportiamo i brani più salienti. Il giornalista che intervistò la star il 6 luglio del 1962 parla fuori campo, introducendo i vari blocchi di risposte di Marilyn. Marilyn abitava a Brentwood, poco fuori Los Angeles. Suonai il campanello: il cuore mi batteva forte per l' emozione, perché non sapevo cosa aspettarmi. Quando la governante mi aprì restai di stucco. Davanti a me c' era un salone praticamente vuoto, con due sedie e nient' altro. Posai il registratore per terra e mi inginocchiai per metterlo in funzione. All' improvviso, mi apparve un paio di pantaloni gialli. Una voce mi disse: «Posso aiutarla?», così ho incontrato Marilyn Monroe. Era bellissima, truccata e pettinata per l' occasione. Però era visibilmente turbata, e cambiò umore molte volte. Era intensa, piena di rabbia e tristezza. Soprattutto quando parlava di come il successo avesse cambiato la sua vita. «Il successo è passeggero, ma almeno l' ho provato. Il successo è come il caviale. È bello mangiare caviale, ma se lo fai tutti i santi giorni ti viene la nausea. E poi il successo attira l' invidia. La gente dice: "Chi si crede di essere Marilyn Monroe?" «La fama e la felicità sono solo momentanee, sprazzi di benessere passeggeri per chi non ha avuto infanzia. Non mi considero un' orfana, ma sono cresciuta come tale. Io sono cresciuta in modo decisamente diverso dalla maggior parte dei bambini. I bambini sognano la felicità, per loro è una cosa scontata. A me, invece, la felicità sembra qualcosa di impossibile. Sognavo di recitare. La vita che facevo non mi piaceva. Il mondo per me era tetro. Vivevo al di fuori di tutto, poi all' improvviso, una porta si è spalancata. Mi sono chiesta: "Che succede?". Il mondo mi era amico, mi apriva le braccia. A quei tempi non capivo ancora il valore dei soldi. Cominciavo a comprendere l' importanza dell' aspetto ma qualcosa mi sfuggiva. Non potevo permettermi neanche un bel golfino». (Si vedono i primi servizi fotografici. Il più famoso è quello di Marilyn nuda, scattato da Tom Kelley nel 1949, che poi venne utilizzato da «Playboy»). «Il sesso è un dono naturale, grazie al cielo! È davvero un peccato che cerchino di rovinare questo sentimento così naturale. Tom Kelley è ancora in giro, si vede ancora in città. Quando mi propose di posare nuda, pensai: "Se devo diventare un simbolo, meglio essere un simbolo del sesso che di qualcos' altro. Oggi, però, un simbolo sessuale è considerato un oggetto. È terribile essere un oggetto!». Aveva quella risata squillante, inconfondibile. Ma durante l' intervista scoppiava a ridere nei momenti sbagliati. Marilyn ringraziava i fans per il suo successo. Sentiva che a Hollywood non la rispettavano, solo i suoi fans la capivano. Grazie a loro era una diva. Fu l' unico argomento di cui parlò con gioia durante l' intervista. «Se sono una star, è perché la gente lo ha voluto. È stata la gente. Lo studio era sommerso dalle lettere dei fans. Io dicevo: "Sono una star" e tutti mi guardavano come se fossi pazza. Non sapevo che effetto facessi finché non andai in Corea (Marilyn andò a cantare per le truppe americane in Corea del Sud nel febbraio 1954, ndr.) sino ad allora non lo avevo capito, perché quelli dello studio mi dicevano sempre: "Guarda che non sei una star!" A volte la gente vuole capire se sei vera. Ti osservano e vedono in te un qualcosa del tutto estraneo alla loro vita quotidiana. E questo è lo spettacolo, giusto? La gente mi piace. Il pubblico, la ressa mi spaventano. La gente è qualcosa di cui ti puoi fidare». Marilyn aveva sentimenti ambivalenti sulla sua immagine di sex symbol e sulla stampa che la enfatizzava. La stampa l' aveva resa famosa, ma lei non si fidava. Perciò aveva voluto sapere prima le domande dell' intervista. L' attenzione della stampa le piaceva, ma non voleva essere perseguitata dai reporter ogni volta che usciva. «Sembra che ci sia sempre qualcuno pronto ad assalirti. È così, non sono paranoica. È come se volessero rubare una parte di te, farti a brandelli. Penso che molti non se ne rendano nemmeno conto. A volte ti senti come derubata di te stessa, mentre tu vuoi restare integra, ben salda sulle tue gambe. Vogliono sapere tutto di te. A volte è quasi impossibile. Anche un personaggio pubblico ha bisogno di solitudine, ma non tutti lo capiscono. È importante avere dei segreti solo per sé, cose che non si vogliono rivelare al mondo intero. Ci devono essere dei momenti di privacy... Mi piaceva tanto ridere forte! Prendevo una bicicletta in prestito e volavo via. Cominciavo a ridere al vento, correndo come un fulmine e ridendo, ridendo! Adoravo il vento. Sembrava che mi accarezzasse». Marilyn ricevette solo due telefonate durante l' intervista. Una volta, allo squillare del telefono, disse alla governante: «Se è un italiano, io non ci sono». Credo si riferisse a Joe Di Maggio. Marilyn si sposò tre volte e fu sempre un fallimento. Non volle nemmeno che nominassi il suo primo matrimonio, a 16 anni, con Jim Dougherty (da cui divorzierà quattro anni dopo; si vede la foto di nozze; poi, siamo al 14 gennaio 1954, Marilyn sposa il campione di baseball Joe Di Maggio: il matrimonio dura solo nove mesi; infine, il 29 giugno del ' 56, si sposa con il commediografo Arthur Miller, da cui divorzierà nel gennaio del ' 61, ndr). «Non ero mai felice, non contavo sulla felicità. Tranne che nel matrimonio. Quando ero piccola m' immaginavo per gioco una casa tutta mia. Potevo fingere di essere quello che volevo, ogni volta una cosa diversa. Era utile per imparare a stabilire i propri limiti... Comunque, io non potevo solo fare la casalinga. Fantasticavo troppo. Quando capitano quei giorni difficili, a volte penso: "Magari fossi una donna delle pulizie". Negli studi, ce ne sono molte. A volte vorrei davvero essere così. In fondo, però, mi accontento di quello che sono». Durante l' intervista Marilyn cominciò a bere champagne («Vuole bere qualcosa? Avanti, solo un goccio» mi diceva). Più beveva, più era inquieta e sulla difensiva. Mi confessò tutto il dolore per come Hollywood l' aveva trattata in 15 anni di carriera. Continuava a ripetermelo, come un disco incantato. Sentiva che non l' avevano mai considerata una star. La sua rabbia esplose quando, innocentemente, le chiesi cosa facesse per essere così in forma sul set. «Gira voce che beva qualcosa prima di girare, è vero? Io non bevo niente, non bevo. Credo che sia una grave mancanza di rispetto fare domande del genere. Non siamo macchine. Non importa cosa vogliano farvi credere. Io voglio essere una vera artista, un' attrice con una sua dignità. Quando invecchierò faro altri ruoli. Il mio maestro Lee Strasberg (fondatore dell' Actors' Studio di New York, che Marilyn cominciò a frequentare nel 1955, ndr) mi ha sempre detto: "Se non te la senti, se sei nervosa, lascia perdere". Il nervosismo è indice di sensibilità. Molti pensano che per fare un film basta andare sul set e il gioco è fatto! Invece è molto faticoso. Io devo veramente lottare. Un mio collega ha detto che baciare me è stato come baciare Hitler (la battuta è di Tony Curtis, dopo le riprese di «A qualcuno piace caldo», in cui Marilyn portò tutti all' esasperazione con i suoi ritardi e i suoi capricci, ndr). Addirittura! Bè, per me quello era un suo problema! Sa che cosa, se io devo girare una scena d' amore con un attore che la pensa così di me, allora uso tutta la mia fantasia. In altre parole, lo cancello. Immagino qualcun altro al suo posto. Lui sparisce, non c' è mai stato! «Il pubblico resterebbe deluso se sapesse come questo mondo tratta le sue star. Come quando ho avuto la parte per Gli uomini preferiscono le bionde. Jane Russell era la bruna, io la bionda. Lei ebbe 200.000 dollari per quella parte, io 500 a settimana. Mi sembrava abbastanza; però non mi avevano dato un camerino. Io dissi che era un mio diritto, dopotutto io ero la bionda e il film era Gli uomini preferiscono le bionde. Loro ripetevano che io non ero una star, ma io sostenevo che ero la bionda del titolo ed avevo dei diritti... «Ho dato un' impressione sbagliata di me, ma non sono nevrotica. Credo che ogni mia debolezza sia stata amplificata. Molte persone hanno dei problemi che vogliono mantenere privati. Io per esempio arrivo sempre in ritardo... Molti pensano che i miei ritardi derivino dalla mia arroganza. Invece è tutto il contrario. Io sono l' opposto. Questa casa di produzione (la Fox, che l' aveva licenziata dal film «Something Got To Give», ndr) fa girare su di me delle voci incredibili. Non ho mai creduto di dover andare sul set solo per imparare a essere disciplinata. Se ho un raffreddore, come oso ammalarmi? I dirigenti possono darsi malati, stare a casa quanto vogliono, basta una telefonata. E invece tu, attrice, come osi stare male?». Marilyn rifiutava qualunque responsabilità della sua lunga assenza dal set della Fox. Sosteneva di essere stata male, ma lo studio non le aveva creduto. Come non bastasse, si prese due giorni per andare a New York a cantare «Buon Compleanno» al presidente Kennedy. Parlava di lui in modo non troppo convinto, come di uno sconosciuto. (Si vedono le immagini della serata di gala al Madison Square Garden di New York, con Peter Lawford sul palco che presenta Marilyn, ndr). «Fui onorata dell' invito. Ci fu un silenzio improvviso in tutta la platea e io pensai: "Se non portassi gli slip direi che sto mostrando qualcosa!" (Lawford pronuncia la celebre e infelice battuta: «Here is the late Marilyn Monroe», che voleva dire in ritardo o anche defunta, ndr). Ci fu di nuovo un gran silenzio ed ebbi paura di non avere più voce. Poi mi sono detta: "Va bene, canterò, fosse l' ultima cosa che faccio nella mia vita!"». Poi ha incontrato Kennedy? «Dopo ci fu un ricevimento anche se non ho visto niente da mangiare. Chissà, forse ero nel posto sbagliato! Però, ho incontrato il Ministro della giustizia che già conoscevo (è Robert Kennedy, ndr). È stato bello vedere un volto amichevole e sorridente». Tre settimane dopo, Marilyn viene contestata e allontanata dal set di «Something' s Got to Give». Per la Fox, la trasferta a New York era stata l' ultima goccia. Marilyn aveva fatto 21 giorni d' assenza su 33 di riprese. Alla fine dell' intervista Marilyn era esausta. Aveva bevuto un' intera bottiglia di champagne senza toccare cibo. E continuava a dipingersi come una vittima. «Il successo è un peso. E l' industria cinematografica è come una madre il cui figlio viene investito da un' auto, e lei, anziché abbracciarlo, lo picchia perché si è fatto investire. Pensano di essere più potenti se ti calpestano e ti trattano male. Io l' ho sperimentato. Ma non c' è solo quello. Il successo se ne andrà, e addio successo! Però potrò dire d' averlo conosciuto e poi l' ho detto che è passeggero. «Non so se si capirà dalla registrazione, io so cosa intendo. Va benissimo. Lo spero davvero. Però, la prego, non mi faccia sembrare ridicola». Quelle furono le ultime parole che mi disse. Mentre mi allontanavo mi voltai a guardarla. Marilyn era lì, sulla porta. Mi salutò e gridò: «Ehi, grazie!». Tornai a New York e scrissi il mio articolo, che apparve sulla rivista Life il 3 agosto. Il 5 agosto ricevetti una chiamata. Era un collega che mi diceva che Marilyn era morta. Ne fui sconvolto. Marilyn era una donna che soffriva, senza dubbio. Non avevo avuto alcun sentore che quella fosse la sua ultima intervista, che fosse sull' orlo del suicidio. Negli ultimi 30 anni, ho riascoltato questi nastri decine e decine di volte per capire se mi fosse sfuggito qualcosa. Non ho mai trovato una risposta. Marilyn Monroe ha sofferto a lungo per problemi psichici. Aveva cambiamenti d' umore improvvisi e repentini. (Il filmato si conclude con le dichiarazioni del medico legale: «Sulla base delle informazioni raccolte, riteniamo che si tratti di un suicidio». Parte il cinegiornale sui funerali). www.corriere.it In video un estratto dell' ultima intervista di Marilyn 40 ANNI FA Con il giornalista di «Life» un incontro di otto ore «Fame», il successo. Di quello avrebbero parlato il giornalista Richard Maryman di Life e Marilyn Monroe. Si incontrarono il 6 luglio 1962, a casa di Marilyn, a Los Angeles. Parlarono per otto ore. Marilyn aveva dei pantaloni gialli, era pettinata e truccata, beveva champagne. Maryman aveva un registratore. Da quella lunghissima conversazione sarebbe uscita l' ultima intervista di Marilyn. Apparve su Life il 3 agosto del 1962. Due giorni dopo, la mattina del 5, l' attrice veniva trovata morta. Suicidio con barbiturici fu la versione ufficiale. Per i trent' anni dalla sua scomparsa, lo stesso Maryman curò uno special televisivo, «Marilyn: The Last Interview». In cui si ascolta la voce di Marilyn che parla al suo estremo intervistatore. Il filmato (25 minuti), proiettato per la prima volta in Italia ieri sera al Teatro Greco di Taormina, verrà trasmesso sul canale Studio Universal, il primo agosto, alle 20,30; dopo passerà «A qualcuno piace caldo». Maryman ricorda che Marilyn era visibilmente turbata, cambiava spesso umore, rideva nervosamente. Era arrabbiata con i dirigenti della Fox che l' 8 giugno l' avevano licenziata dal film «Something Got To Give». Motivo: le continue assenze dal set. Marilyn ribatte: ero ammalata, se i dirigenti stanno male possono restare a casa, un' attrice no. Però la malattia non le aveva impedito di volare a New York, il 19 maggio, per cantare «Happy Birthday Mr President» alla festa di compleanno di John F. Kennedy. Del Presidente, però, non dice niente. Ha invece buone parole per il fratello Bob, ministro della giustizia. Dopo la sua morte si è saputo che, chiusa la relazione con John, Marilyn s' incontrava con Bob: era innamorata e forse aspettava un figlio. Ma anche Bob vuole chiudere. L' attrice, disperata, si confida con alcuni amici, e la Casa Bianca e i servizi segreti cominciano ad aver paura. Chi cerca in questa intervista elementi che avvalorino la tesi dell' omicidio resterà deluso. Marilyn, qui, è solo una donna che riconsidera la sua vita («successo e felicità sono solo momentanei sprazzi di benessere per chi non ha avuto un' infanzia»), sa che il successo può finire, odia i produttori che l' hanno sempre calpestata. L' industria del cinema con lei è stata una mamma crudele, una mamma che invece di abbracciare il figlio dopo un incidente lo picchia. Ama solo la gente, perché è la gente che l' ha fatta diventare una star. Chiede comprensione per le sue debolezze, se è sempre in ritardo non è per arroganza, anche lei ha i suoi momenti difficili ma non è nevrotica. Forse, dice, «ho dato un' immagine sbagliata di me». Momenti felici ne ha avuti pochissimi: «mi piaceva ridere, andare in bicicletta nel vento e ridere a più non posso». E' disarmante quando dice che vorrebbe essere una donna delle pulizie, «ma in fondo mi accontento di quello che sono». Cerca rispetto, comprensione. Alla fine dell' intervista chiede: «la prego, non mi faccia sembrare ridicola». Ranieri Polese Il personaggio LA FAMIGLIA Norma Jean Mortensen (battezzata Norma Jean Baker) nacque il 1° giugno 1926 a Los Angeles. La madre soffriva di disturbi psichici, del padre non conobbe nemmeno l' identità. Costretta a passare da una famiglia adottiva all' altra, nel 1935, a 9 anni, entrò in orfanotrofio LA SCOMPARSA Nel 1946 firmò un contratto con la 20th Century Fox: da allora iniziò ad usare il nome di Marilyn Monroe. Tre matrimoni (tra cui il mito del baseball Joe DiMaggio e il commediografo Arthur Miller) e altrettante separazioni. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, Marilyn fu trovata morta ALBUM 1953 GLI UOMINI PREFERISCONO LE BIONDE Marilyn e Jane Russell, le due amiche ballerine del film di Howard Hawks, lasciano le impronte delle mani a Hollywood 1954 LA MAGNIFICA PREDA Alla Monroe non piacque: «Un film di cow-boy di serie Z» (foto da «Marilyn Monroe - Immagini di un mito», Rizzoli) 1956 LE NOZZE CON MILLER Marilyn e il commediografo Arthur Miller si sposarono il 29 giugno 1956. Per lei erano le terze nozze. Divorziarono nel 1961 1962 IL COMPLEANNO DI JFK Marilyn con Peter Lawford, al compleanno di John Kennedy (foto da «Marilyn Monroe - Immagini di un mito», Rizzoli) 1962 LICENZIATA DAL SET L' ultimo film di Marilyn, «Something' s got to give», non fu terminato: l' attrice fu licenziata. Ne restano alcuni spezzoni

Polese Ranieri, Maryman Richard
 DAL CORRIERE DELLA SERA 13 LUGLIO 2002

25 aprile 2013