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11 maggio 2013

E non possiamo accontentarci di niente di meno....



  
“Non ho mai trovato il coraggio di chiedertelo, ma tu…..” e scosse la testa, con gli occhi chiusi, la bocca contratta in una smorfia scorata. “Come hai potuto? Cos’avevi tu, in comune con quella gente?”
In quell’istante mi resi conto che, per incredibile che fosse, né mia madre, né i miei fratelli né la direttrice del carcere, né le guardie, né la superiora, né le suore, compresa suor Anunciacion, si erano mai interessati abbastanza a me da farmi quella domanda. Era come se tutti loro fossero convinti che io non potessi avere motivo per voler invertire la marcia cambiare pelle, passare al  nemico, fino a quel punto mi odiavano e mi temevano, o di così poco avevano bisogno per condannarmi. Non avevo una risposta pronta, ma chiusi per un attimo gli occhi, ricordai quella sera di settembre del 1936, le parole di Pedro Palacios, la cucina della mia casa di Montesquinza e allora spegnere la radio, alzarmi, raggiungere mia cognata, abbracciarla forte, mi risultò assai facile. Tutto Adela, avevo in comune tutto! Mi staccai da lei per guardarla e le presi la testa tra le mani perché smettesse di scuoterla, di muoverla a desta e a sinistra. “Parlavamo di libertà, di umanità, del futuro, erano così giovani, così coraggiosi….Non avevano niente ed erano disposti a dare tutto, a morire anche per me….non poteva non riguardarmi”. Quella notta, Adela e io restammo sveglie, a parlare per ore in biblioteca. Le raccontai la mia vita e, benché fosse un’anima semplice, lei capì tanto bene che non si azzardò mai più a chiedere perché, in quella sera di guerra di settembre, fossi uscita dalla penombra del corridoio per entrare nella luce della cucina.
“Salve” In quell’istante era bastato l’istinto a guidare i miei passi. “Vi spiace se mi siedo qui ad ascoltare?” Nessuno, neppure Virtudes, rispose subito. Guardandomi attorno, per un attimo, mi sentì un’intrusa, ma il sorriso raggiante di Pedro s’impose in tempo su undici facce indecisi, undici bocche aperte congelate dalle stupore.
“Certo che no” Mentre si alzava per cedermi la sedia, mi scrutò dalla testa ai piedi e il suo sorriso si allargò “Benvenuta”. Poi si appoggiò alla parete e continuò a parlare, a spiegare che in una guerra antifascista si combatte tanto al fronte quanto nella retroguardia, che sono necessari tutti, i soldati in trincea, gli operai in fabbrica e i militanti per le strade, ad alimentare il fervore della gente, la fede del popolo nello sforzo della guerra e il sacrificio che conduce alla vittoria e, mentre lo ascoltavo, capii finalmente perché il mio stomaco era vuoto e che davanti a me non si aprivano più due strade, perché me ne restava una sola, darmi e dare, con me, tutto quello che avevo, abbandonarmi fino in fondo, rischiare molto più di un’opinione, più di una simpatia o di un gesto isolato, quel mare di precauzioni, quello starci e non starci, essere senza essere, pensare senza sentire, in cui avevo navigato per tutta l’estate. Sembrava una decisione grave, complessa,e invece fu facilissima, perchè in realtà l’avevo già presa da tempo, avevo solo bisogno di capirlo. Avevo solo bisogno di sentire una voce che sbriciolava come mollica di pane quella che sino ad allora era stata la realtà, perché il guscio del mio passato, incapace di conservare la sua farsa di merletti bianchi davanti alla potenza travolgente di una vita nuova, saltasse in aria al contatto con le parole che pronunciava.
“So che vi sto chiedendo molto, ma vi chiederò anche di più” e Pedro parlava per i suoi compagni, ma guardava me. “Vi chiederò tutto. Bisogna dare tutto, senza cedere allo sconforto, al dolore alla stanchezza, per riuscire ad avere tutto. E non possiamo accontentarci di niente di meno”……………

Almudena Grandes

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