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31 ottobre 2013

Gli umpa lumpa



Oggi mio figlio mi ha reso felice....
Questa mattina alla sette, appena svegliato, mi ha abbracciato e mi ha detto.........sai tu sei come gli Umpa Lumpa?!!
"Gli Umpa chi! " Dico io.
"Ma sì quelli del film WillyWonka e la fabbrica del cioccolato"
"Oddio! ma in che senso ?"
"No, veramente sei come gli Umpa Lumpa quando sono sulla barca, solo che loro navigano su di un fiume di cioccolato, tu invece mi conduci nel fiume della vita!!"

Ecco...a volte i figli ti riconoscono e capiscono quello che stai facendo...è bellissimo quando accade...

28 ottobre 2013

Teatro in tavola ....


Ognuno ha il proprio destino....



Chissà se sono io l’artefice del mio destino…
Il destino fa parte della vita non puoi decidere se averlo o no….. ognuno ha il suo…
Il destino lo vivi…. semplicemente…., lo respiri, lo annusi, lo porti con te ogni giorno, come un profumo…
Il destino si riconosce, senti che è tuo….in un secondo……
Il destino a volte ti sembra cattivo, come un profumo scadente, ti impregna la pelle, le narici, l’anima, non riesci a liberartene, te lo senti addosso anche quando non c’è…
Altre volte sembra amarti, ti avvolge, ti accarezza, ti stringe a sé e ti scalda il cuore….
Il destino ti passa accanto …ne senti la scia…non sai cosa sia…ma hai l’urgenza di scoprirlo…lo insegui…e cerchi di capirne l’essenza più profonda…e…se davvero è il tuo …tutto appare più semplice…e tutto si compie…
Non avere paura del tuo destino, io ho smesso di averne e finalmente respiro l’aroma dei mandorli in fiore, della terra bagnata, dei delicati fiori di zagara, della notte tiepida dei bianchi gelsomini….
Il mio destino è cambiato quando l’ho guardato negli occhi.
Il mio destino è nel profumo della vita.

26 ottobre 2013

Saluterò di nuovo il sole

 
Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.
Forugh Farrokhzad

25 ottobre 2013

SOTTO FORMALINA......



  
Oggi parlavo con un amico.
Il mio amico non sa di avere un corpo.
Semplicemente lo ignora
Mangia e beve solo perché ciò gli consente un livello minimo di sopravvivenza.
I suoi piaceri sono ridotti al minimo.
Esattamente quali siano ancora non l’ho capito.
Sicuramente stare in silenzio è uno di questi.
Ogni tanto parla e quando parla dice cose invero interessanti.
Sorride poco e piange ancora meno.
Non so come si faccia a stare così.
Per lui è una sicurezza.
I corpi danno troppe emozioni e le emozioni ....si sa..... sono difficili da gestire.
Le emozioni fanno sentire vivi, troppo vivi direbbe lui…e quale sarebbe il senso?
Troppa gioia ma anche troppo dolore, tutto insieme..non si può…
Meglio rimanere così…un po’ indifferenti….scivolare sopra le cose, le persone …la vita…
E sì…la paura di vivere fa brutti scherzi…alla paura ci si affeziona, la paura tiene incatenati alle abitudini.
E’ come un abito stretto, non ci si sta comodi ma lo si indossa ugualmente, per abitudine appunto, perché cambiarlo costa fatica, vuol dire cercare quello giusto per te, andare per negozi, scegliere la stoffa, il colore, il modello nuovo…ma scherziamo!! E quanto tempo mi ci vuole direbbe lui…preferisco così, tenermi questo abito consunto, un po’ logoro, dall’aspetto dimesso, così mi confondo e nessuno mi vede più…IO NON MI VEDO PIU’…IO NON LO VEDO PIU’….
Lui si è messo in un barattolo sotto formalina e sta lì sullo scaffale della vita, prende polvere e diventa ogni giorno più grigio ed anche un po’ beige…come…sbiadito….è come guardare una foto di altri tempi….dai tenui colori…una volta c’era ed ora non c’è più…
Io il mio abito l’ho cambiato, anzi ho più abiti, spesso colorati, ma anche neri e grigi per la verità, ma quando li  indosso, anche uno sopra l’altro, SONO IO, DAVVERO IO…che vive, si muove, canta, mangia, beve, ride, piange, soffre, e tutto ..tutto insieme perché è così che è la vita………
Annelie

24 ottobre 2013

L'adulta - Rainer Maria Rilke


Tutto ciò su lei stava ed era il mondo,
 stava su lei con tutto, pietà e ansia, come alberi
che crescono diritti; tutto immagine,
eppure senza immagini, come arca dell'alleanza,
e solenne, come rivolto a un popolo.

E lei lo sosteneva tutto intero,
ciò che vola, che fugge, che è lontano,
l'immenso, il non appreso ancora, calma
come la portatrice d'acqua regge
la brocca colma. Finché a mezzo il gioco,
trasformando e altro preparando,
insensibile il primo velo bianco
sul volto aperto adagio scivolò,

diafano quasi e per non più levarsi,
e chi sa come a ogni domanda una
sola, vaga risposta replicando:
in te, che un tempo fosti bambina, in te.

22 ottobre 2013

Dobbiamo lavare i nostri occhi

E i colombi sono belli
E nessuno invece alleva avvoltoi.
Non so perché un bocciolo di trifoglio
È considerato più umile di un tulipano rosso.
***
Dobbiamo lavare i nostri occhi
Dobbiamo vedere diversamente le cose
Dobbiamo lavare le parole
Le parole possono essere vento
Le parole possono essere pioggia
Dovremmo chiudere gli ombrelli
Dovremmo camminare sotto la pioggia
Dovremmo portare la nostra mente e i nostri ricordi
Sotto la pioggia, con tutta la gente della città
Dovremmo sentire la pioggia.
***
Sotto la pioggia si possono trovare amici
Si può cercare l’amore
Sotto la pioggia si dovrebbe dormire con una donna
E fare giochi d’amore.
Sotto la pioggia le cose possono essere scritte
le parole possono essere dette
il loto può essere piantato.

Sohrab Sepehri 

13 ottobre 2013

Veder cadere le foglie


 Foglie morte
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini
e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani
.

Nazim Hikmet

Nato a Salonicco nel 1901 - morto a Mosca, 3 giugno 1963. Hikmet è una delle più importanti figure della letteratura turca del Novecento e uno dei primi poeti turchi ad usare i versi liberi. Hikmet è diventato, mentre era ancora vivo, uno dei poeti turchi più conosciuti in Occidente e i suoi scritti sono stati rapidamente tradotti in diverse lingue. Condannato per marxismo fu il solo scrittore d'importanza ad evocare i massacri armeni del 1915 e 1922. Durante la guerra d'indipendenza, si schierò subito con Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia e lavorò come insegnante a Bolu. Studiò poi sociologia presso l'università di Mosca (1921-1928) e diventò membro del partito comunista turco negli anni venti. Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1928, senza visto, Hikmet scrisse articoli, scenari ed altri scritti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma amnistiato nel 1935. Nel 1938, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk. Grazie all'intervento di una commissione internazionale della quale facevano parte, tra gli altri, Pablo Picasso, Paul Robeson, Jean-Paul Sartre scontò solo 12 anni e nel 1950 venne liberato. Si sposò con Münevver Andaç, una bravissima traduttrice in francese e polacco ma nel 1951, a causa delle costanti pressioni, fu costretto a ritornare a Mosca (Russia) ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio in tutta Europa, perse la cittadinanza turca e divenne polacco. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova e la sposò. Morì il 3 giugno 1963 a causa di una crisi cardiaca mentre si trovava in esilio a Mosca.





12 ottobre 2013

MIRABAI


 
Ho visitato nei miei vagabondaggi
templi e altri luoghi di pellegrinaggio,
ma non ho mai visto
un tempio
più beato del mio corpo.
(Mirabai)

 
Ho innaffiato il rampicante dell’amore
con le lacrime
ed ora è in boccio.
Presto nascerà il frutto
della mia gioia suprema.
 
(Mirabai)
 
(1516-1543)
principessa e mistica indiana
Appartenente all’aristocrazia Rajput della regione di Ajmer, Mirabai sposò giovanissima il principe Bhoj Raj della antica dinastia del Mewar, che morì tre anni dopo senza darle figli. La prassi dei regnanti Rajput prevedeva che le vedove di alto lignaggio seguissero il marito defunto sulla pira, nel rituale della Sati. Mirabai, che rimasta presto orfana di madre  aveva manifestato un intenso amore per il dio Krishna sin dalla più tenera infanzia, si ribellò alla consuetudine, considerandosi nel suo intimo sposa del Dio molto più che del marito morto, e  si dedicò alla frequentazione di mistici, sadhu e guru, attività considerata allora altamente scandalosa per una donna. La storia della sua vita è infatti piena di leggende che ruotano intorno alla sua sfida di partire e peregrinare, alla sua sopravvivenza miracolosa ed ai tentativi della famiglia di perseguitarla ed ucciderla.
Le sue pratiche devozionali di tipo estatico, influenzate dalla appartenenza al movimento Bhakti di parte della sua famiglia di origine, divennero sempre più intense e la sua fama cominciò a diffondersi tra tutti i gruppi sociali e le caste.  Probabilmente fu verso i suoi 30 anni  che Mirabai intraprese la vita errante nei luoghi cari alla memoria di Krishna, le città di Vrindavan e Mathura, dove folle di fedeli si riunivano per ascoltare il suo canto e i suoi poemi. Spese i suoi ultimi giorni a Dwarka, in Gujarat, dove secondo la tradizione Krishna aveva vissuto i suoi ultimi anni. Dice la leggenda che Mirabai terminò la sua vita fondendosi con l’amata divinità racchiusa nel tempio della cittadina. Il suo sari fu rinvenuto avvolto all’idolo e il suo corpo non fu mai trovato.

 

09 ottobre 2013

10 ottobre 1963

 
 
 
Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia).

La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione.
 

La stima più attendibile è, a tutt'oggi, di 1910 vittime.

Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.
 

Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. 

Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti.

La zona in cui si è verificato l'evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere.
 
Tra il 09.10.1963 e il 10.10.1963
 
La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.

La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.

La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

Allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.

Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.

Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.
 

06 ottobre 2013

Il grigio....



Il grigio di Milano è unico, non nel senso che solo Milano  riesce ad essere così grigia ma che il suo grigio non ha sfumature, è appunto unico, compatto, invariato in ogni ora del giorno. L 'unica differenza è che verso mezzogiorno sembra schiarirsi un pò ma solo per un attimo....il cielo, i palazzi, l' asfalto, gli alberi e perfino la gente è grigia...non so come mai a Milano succeda questo strano fenomeno. Come se una patina ricoprisse qualunque cosa, in qualunque direzione il tuo sguardo si volti....non ha scampo al grigiore imperante....questa strana caratteristica toglie profondità alle cose...tutto risulta piatto....non ci sono contrasti nè differenze...e si rimane in questo stato sino a marzo quando il vento di primavera, mosso a pietà, decide di spazzare via l' incolore regalandoci finalmente, tutte le sfumature che la natura ci può offrire...chissà forse essere circondati da tutto questo grigio, aiuta a sviluppare la fantasia. Io sono della generazione della TV in bianco e nero...ma , io i colori li vedevo lo stesso nel piccolo schermo...anche se non c'erano......ecco Milano è un pò così......devi avere molta fantasia per non farti sopraffare dal grigiore....per non scomparire oltre i confini del tempo..e rimanere qui in questo corpo che mi è capitato ........ Dalla finestra gli alberi sono sagome nere, ritagliate sullo sfondo del cielo come figure di carta, sotto una fitta pioggia ottobrina. Eppure è in questi momenti, in queste giornate cosi spente che il mio animo si risveglia, come se tornassi da un lungo viaggio mi sento rinfrancata. Ritrovo le energie disperse durante la settimana e  l'inverno che sta arrivando non mi spaventa, le prime foglie che cadono, l' odore della pioggia, le case fredde, i rumori della città che mi raggiungono attutiti, ora non c'è nè passato nè presente nè futuro, nessuna parola, solo questo momento e provo un intensa felicità, nonostante il grigio che avanza....

05 ottobre 2013

Giustizia e dignità....

DAL VOCABOLARIO

GIUSTIZIA

[giu-stì-zia] s.f.
  • 1 Principio morale, virtù, consistente nel dare a ciascuno il dovuto, nel giudicare con equità: comportarsi, agire, valutare secondo g. || g. sociale, equa ripartizione dei beni e, in partic., abolizione di ogni forma di sfruttamento
  • 2 Azione volta a realizzare o a ripristinare la g.: rendere, fare g. || farsi g. da sé, non ricorrere all'autorità giudiziaria, ma alla vendetta personale | g. sommaria, condanna severa e sbrigativa in assenza di un regolare processo
  • 3 Attuazione delle norme giuridiche, potere di sancire i comportamenti illeciti da parte dell'autorità giudiziaria: amministrazione della g.; g. penale, civile; l'autorità giudiziaria stessa: cadere nelle mani della g.
  • 4 estens. Corrispondenza di un'azione alla norma morale e giuridica o alla realtà della cosa: g. di una decisione, di un provvedimento
  • 5 teol. Una delle quattro virtù cardinali
DIGNITA'

Considerazione in cui l'uomo tiene se stesso e che si traduce in un comportamento responsabile, misurato, equilibrato SIN rispettabilità, decoro: d. umana; dimostrare una grande d.; estens. compostezza, decoro che denota rispetto per sé e per gli altri: volto, pieno di d.
  • 2 Importanza che viene a una cosa dal significato spirituale, culturale, sociale che l'uomo le annette, e che la rende degna di rispetto: lo richiede la d. dello Stato
  • 3 Carica, ufficio importante
  • 01 ottobre 2013

    pensando....all'Italia....canta che ti passa....








    Faccio in fretta un altro inventario…
    Smonto la baracca e via!
    Cambio zona, itinerario,
    Il mio indirizzo è la follia!
    C'è un infelice, ovunque vai…
    Voglio allargare il giro dei clienti miei…
    Io vendo desideri e speranze,
    In confezione spray.
    Seguimi io sono la notte,
    Il mistero, l'ambiguità…
    Io creo gli incontri… Io sono la sorte!
    Quell'attimo di vanità…
    Incredibile, se vuoi…
    Seguimi e non ti pentirai!
    Sono io la chiave dei tuoi problemi,
    Guarisco i tuoi mali, vedrai!!!
    Mi vendo,
    La grinta che non hai!
    In cambio del tuo inferno,
    Ti do due ali, sai!
    Mi vendo,
    Un'altra identità!
    Ti do quello che il mondo…
    Distratto non ti da!
    Io mi vendo, e già !
    A buon prezzo, si sa!
    Ho smarrito, un giorno, il mio circo,
    Ma il circo vive senza di me!
    Non è l'anima tua che io cerco,
    Io sono solo più di te!
    Nell'arco di una luna io,
    Farò di te un baro oppure un re…
    Sono io la chiave dei tuoi problemi,
    Guarisco i tuoi mali, vedrai!!!
    Mi vendo, la grinta che non hai!
    In cambio del tuo inferno,
    Ti do due ali, sai!
    Si…
    Ti vendo,
    Un'altra identità!
    Ti do quello che il mondo,
    Distratto non ti da…
    Io mi vendo, e già!
    A buon prezzo, si sa!
    Seguimi!